Ribaltata con sentenza d’appello la sconfitta in primo grado di una lavoratrice ex MP Facility [di Stefano Torcellan]

6 giugno 2011
By admin

“ … non applicandosi l’art. 2112 c.c. e non sussistendo alcun consenso dell’appellata alla cessione del contratto di lavoro, la sentenza emessa in primo grado deve essere, sotto questo specifico profilo, riformata e Telecom Italia Spa deve essere condannata al ripristino del rapporto di lavoro con l’appellante con inquadramento corrispondente a quello spettante all’atto della cessione …”

Questo è l’epilogo della sentenza di secondo grado emessa dal Tribunale di Roma lo scorso marzo che sancisce l’illiceità della cessione di un ramo d’azienda da Telecom Italia Spa a MP Facility. La lavoratrice in causa “rientra” (ma sarebbe ora più corretto dire che non se n’era mai andata) legalmente e trionfante alle dipendenze dell’ex colosso delle Telecomunicazioni, dal quale venne “sradicata” nell’autunno 2004, assieme ad altri 436 colleghi e colleghe.

Per cercare di definire il contesto e gli scenari che hanno spinto molti lavoratori ad avviare controversie legali in opposizione alla cessione di ramo d’azienda, cercherò di ricostruire brevemente i fatti.

La NewCo “MP Facility Spa” si costituì mediante il contributo azionario suddiviso equamente tra Pirelli Real Estate Facility Management e Manutencoop Facility Management, nell’ottobre 2004. Vi confluirono coattamente lavoratori provenienti da Telecom, 334 e da Emsa Servizi 103 (quest’ultimi precedentemente erano alle dipendenze di Tim).

Due le “mannacommittenze”! Una da Telecom, l’altra da Emsa, per svolgere attività concernenti manutenzioni (edili, tecnologiche, …) e servizi ambientali (pulizie, traslochi, facchinaggio, aree verdi, …) sviluppate in ambito Telecom e costate a quest’ultima ca. 120 milioni di euro l’anno (cfr comunicato Cobas del dic. 2010 “Natale in Cigs).

L’attività gestionale andò via via svilendosi, forse strumentalmente, ma anche perché, paradossalmente, le medesime attività venivano già svolte in Manutencoop. Fin dall’inizio, quindi, MP Facility, si rivelò essere una NewCo “ridondante”. Ad esempio, immaginatevi come poteva sentirsi un lavoratore esternalizzato (la maggior parte sono tecnici specializzati inquadrati al 5° livello) che doveva ricevere ordini e solleciti dai propri ex colleghi di Telecom e, beffardamente, non poterli avviare a soluzione in quanto obbligato a rapportarsi con l’azionista Manutencoop. Quest’ultimo, faceva intervenire i propri periti per le verifiche del caso e successivamente, le ditte preposte per risolvere le problematiche gestionali relative alla manutenzione e/o ai servizi ambientali.

Caso più unico che raro, solo dopo nove mesi dalla cessione, MP Facility avviò per la prima volta la procedura di licenziamento prevista dalla L. 223/9 art. 4 e 24 (licenziamento per riduzione di personale e collocamento in mobilità). Ne seguiranno altre due! Così, all’inizio del 2011 (tolti i 120 lavoratori CMB “incamerati” lo scorso anno) i lavoratori si contavano in 210 unità.

Nel frattempo le azioni di MP Facility venivano tutte acquisite da Manutencoop che provvedeva -per riconfigurazione aziendale- a dichiarare 120 esuberi, banditi con mobilità coatte e cassa integrazione coatta, tuttora in essere. Fatto singolare, quasi tutti sono ex Telecom/Emsa e non CMB!

Dopo questo breve excursus veniamo alla sentenza di secondo grado, che conferma l’andamento positivo per i lavoratori di MP Facility coinvolti nelle cause contro Telecom. Nella fattispecie, riforma addirittura l’interpretazione e il giudizio espresso nella sentenza di primo grado. Conferma, di traverso, la provvisoria “inesistenza” della NewCo MP Facility (per il gran finale si dovrà attendere la Cassazione).

La Commissione dei Giudici di Appello, pur prendendo atto delle modifiche introdotte dall’art. 32 del d.lgs 276/2003, che hanno di fatto eliminato rispettivamente, la necessità della preesistenza di una articolazione funzionalmente autonoma del ramo da cedere e la conservazione, a seguito del trasferimento, della propria identità, agevolando così forme di decentramento e segmentazione dell’attività produttiva e organizzativa, ha rilevato oggettivamente la carenza di almeno due requisiti essenziali affinché si possa parlare di vera cessione di ramo d’azienda.

Pertanto, quello che è venuto a mancare, immediatamente dopo il trasferimento (caratteristica comune a tutte le esternalizzazioni di Telecom) è stata, innanzitutto, la prerogativa di autonomia funzionale capace di perseguire, con le proprie forze, lo scopo economico prefissato e l’esistenza, per contro, di una dipendenza esclusiva  da Telecom Italia attraverso la monocommessa (che poteva essere interpretata come interposizione di manodopera vietata dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, ora a sua volta abrogata e sostituita dal d.lg. 10 settembre 2003, n. 276).

Mettiamoci quindi comodi e gioiamo con la lavoratrice vittoriosa, assaporando le motivazione della sentenza che si allega in calce. Si lascia tuttavia facoltà alle controparti di rosicchiarsi le unghie quando non riconoscano serenamente gli errori commessi e la forzatura interpretativa adottata sulla definizione giuridica di “cessione di ramo d’azienda”.

Colgo l’occasione per congratularmi con la collega ringraziandola per aver messo a disposizione di tutti la propria preziosa sentenza. Per un evento così strepitoso, infatti, dobbiamo risalire al novembre 2009 quando un lavoratore di Targa Fleet Management (ex motorizzazione di Telecom) ribaltò in appello la sentenza di primo grado che decretava la sua provvisoria “sconfitta” (Sentenza n. 626_09 Corte d’Appello di Venezia il cui estratto produciamo in calce).

stefano torcellan

……….3 giugno 2011

PDF ARTICOLO: Ribaltata con sentenza d’appello la sconfitta in primo grado di una lavoratrice ex MP Facility

Sentenza MPF TIM EMSA n 1580 Trib Rm 28mar11

estratto sent appello n 626_09 Trib Ve 1 lavoratore TFM

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